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Benessere e salute

L’intolleranza al latte e ai suoi derivati

Dolori di pancia, tensioni, gonfiori, emicrania, arrossamenti cutanei: la persistenza di questi disturbi, associati al consumo di latte o formaggio possono significare un’intolleranza a questi alimenti.
L’intolleranza (da non confondere con l’allergia) si individua grazie ad esami di laboratorio.
La cura consiste in una dieta adeguata che può prevedere o meno l’esclusione parziale o totale del latte e dei suoi derivati.
La restrizione del consumo degli alimenti non tollerati può essere passeggera: con l’aiuto di un medico, meglio se specialista dietologo, in breve tempo si può tornare a consumarli.
 

La causa

Il nostro organismo seleziona una sostanza non gradita, la tiene sotto controllo e reagisce se il quantitativo assunto è superiore alle proprie capacità di gestione. La reazione provoca sintomi di piccola intensità, anche dopo lungo tempo dall’introduzione, giorni o mesi. L’intolleranza più comune è l'incapacità di digerire lo zucchero contenuto nel latte (il lattosio). Questo a causa della mancanza di un enzima della digestione: la lattasi.
Se questo enzima manca totalmente, a causa di un difetto genetico, si ha un’intolleranza primaria.
Se la mancanza è parziale, si ha un’intolleranza secondaria, spesso determinata da infezioni virali o da abitudini alimentari non correte, a causa delle quali l’esclusione totale del latte e dei suoi derivati disabituano l’organismo a digerirli.
Il test più affidabile per individuare il problema, eseguito presso le strutture pubbliche o convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, è il “Breath test”, che consiste nell’analisi dell’aria respirata dopo aver ingerito acqua e lattosio o direttamente latte.
 

La cura per l'intolleranza al lattosio: la dieta di esclusione

In caso di intolleranza primaria, occorre rinunciare al cibo incriminato e sostituirlo con prodotti alternativi a base di latte di soia o di riso oppure si possono assumere delle compresse per integrare l’enzima mancante, poco prima di ingerire latte e derivati.
In alternativa si può decidere di optare per il latte ad alta digeribilità. In questo tipo di latte, infatti, il lattosio è quasi completamente trasformato nei suoi due costituenti: glucosio e galattosio, più facilmente assimilabili.
In caso di intolleranza secondaria, occorre solo sottoporsi ad una buona dieta di lungo periodo, che riabitui lentamente l’organismo a svolgere il suo compito attraverso assunzioni crescenti. 


La cura per l’intolleranza al latte: la dieta di rotazione

Si utilizza il seguente principio: si segue un ritmo di consumo che prevede alcuni giorni di pausa fra un’assunzione e l’altra, che prosegue per circa 8/10 mesi. Se non insorgono inconvenienti, si ricomincia riducendo la durata della pausa, fino ad annullarla. La dieta è calibrata sull’individuo e può prevedere dei passi indietro in caso di problemi, per poi riprendere il suo corso.


Una intolleranza particolare: l'ipersensibilità al latte

Esiste un altro tipo di intolleranza, chiamata “ipersensibilità al latte”. Individuata dalla medicina alternativa, divide il mondo scientifico sulla reale esistenza del problema.
Difficile la sua diagnosi: sintomi diversissimi e di poca rilevanza come emicrania, prurito, dolori addominali.
I test più diffusi, a carico del cittadino, sono:
- il “Dria test” che valuta la variazione della forza muscolare prima e dopo l’assunzione dell’alimento sospetto. Se si registrano cadute di forza si diagnostica l’ipersensibilità;
- il “Cytotest” che analizza il sangue del paziente, messo a contatto con la sostanza sospetta, in relazione alla variazione dei globuli bianchi e delle altre cellule.


Se manca il latte, manca il calcio

Una delle fonti primarie di calcio (fondamentale per la crescita e la salute delle ossa) sono il latte e i suoi derivati: necessitiamo di circa 800/1200 mg al giorno di calcio, fino ad un massimo di 1500 mg nelle donne in gravidanza e durante l’allattamento.
Se si soffre di intolleranza, bisogna prendere delle contro misure, per evitare rischi di osteoporosi: limitare gli alimenti che ostacolano l’assorbimento del calcio (soia, frutta secca, cereali integrali), bere acque mineralizzate (1500 ml/giorno), consumare alimenti alternativi ricchi di calcio (lenticchie, rucola, fichi secchi, sgombri, acciughe, ceci, fagioli, ecc.).

 

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